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Nel 1098, il giorno 21 marzo, 21 monaci
lasciarono il monastero benedettino di Molesme,
legato a Cluny, guidati dal loro abate
Roberto, per fondare a 20 km a sud di Digione un nuovo monastero,
Citeaux, Cistercium in latino, dal
nome del luogo.
La nascita di questo nuovo monastero è
legata al desiderio di incarnare in modo autentico
la Regola di San Benedetto,
di tornare ad uno stile di vita autentico,
radicato profondamente
nello spirito del Vangelo e delle prime
comunità cristiane.
La fondazione dell'Ordine Cistercense fu,
dunque, nelle intenzioni dei fondatori,
un ritorno a San Benedetto, la cui Regola
è divenuta,
"la carta del monachesimo occidentale"
in quanto, fornisce, più che un codice
giuridico, un itinerario spirituale
in cui il monastero sia "una scuola del
servizio del Signore",
in cui si osserva, il silenzio,
condizione per l'ascolto della voce di Dio,
in cui si pratica, l'obbedienza e l'umiltà in una vita scandita dal lavoro
dalla preghiera e dalla "lectio divina",
cioè dalla lettura meditata della Parola di Dio.
Lo studioso Leopoldo Janauschek ha
calcolato che le abbazie cistercensi,
comunità maschili, tra il 1098 e il 1675,
siano state 742, di cui 88 in Italia.
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San Benedetto
da Norcia
(480
c.a.
- 547c.a.)
La sua nobile famiglia lo manda a Roma per gli
studi, che lui non completerà mai. Lo attrae la vita monastica, ma i
suoi progetti iniziali falliscono. Per certuni è un santo, ma c’è chi
non lo capisce e lo combatte. Alcune canaglie in tonaca lo vogliono per
abate e poi tentano di avvelenarlo. In Italia i Bizantini strappano ai
Goti, con anni di guerra, una terra devastata da fame, malattie e
terrore. Del resto, in Gallia le successioni al trono si risolvono in
famiglia con l’omicidio. Benedetto comincia
a farsi sentire da Montecassino verso il 529. Ha creato un monastero con
uomini in sintonia con lui, che rifanno vivibili quelle terre. Di anno
in anno, ecco campi, frutteti, orti, il laboratorio... Qui si comincia a
rinnovare il mondo: qui diventano uguali e fratelli “latini” e
“barbari”, ex pagani ed ex ariani, antichi schiavi e antichi padroni di
schiavi. Ora tutti sono una cosa sola, stessa legge, stessi diritti,
stesso rispetto. Qui finisce l’antichità, per mano di Benedetto.
Il suo
monachesimo non fugge il mondo. Serve Dio e il mondo nella preghiera e
nel lavoro.
Irradia esempi tutt’intorno con il suo ordinamento interno fondato sui
tre punti: la stabilità, per cui nei suoi cenobi si entra per restarci;
il rispetto dell’orario (preghiera, lavoro, riposo), col quale Benedetto
rivaluta il tempo come un bene da non sperperare mai. Lo spirito di
fraternità, infine, incoraggia e rasserena l’ubbidienza: c’è l’autorità
dell’abate, ma Benedetto, con la sua profonda conoscenza dell’uomo,
insegna a esercitarla "con voce grande e dolce".
Il fondatore ha dato ai tempi nuovi ciò che essi confusamente
aspettavano. C’erano già tanti monasteri in Europa prima di lui. Ma con
lui il monachesimo-rifugio diventerà monachesimo-azione. La sua Regola
non rimane italiana: è subito europea, perché si adatta a tutti. Due
secoli dopo la sua morte, saranno più di mille i monasteri guidati dalla
sua Regola . Papa Gregorio Magno gli ha dedicato un libro dei
suoi Dialoghi, ma soltanto a scopo di edificazione, trascurando molti
particolari importanti.
Nel libro c’è però un’espressione ricorrente: i visitatori di Benedetto
– re, monaci, contadini – lo trovano spesso "intento a leggere". Anche i
suoi monaci studiano e imparano. Il cenobio non è un semplice sodalizio
di eruditi per il recupero dei classici: lo studio è in funzione
dell’evangelizzare. Ma quest’opera fa pure di esso un rifugio della
cultura nel tempo del grande buio. |
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San Bernardo
de Clairvaux
(1090 - 1153)
A ventidue anni si fa monaco, tirando con sé
una trentina di parenti. Il monastero è quello fondato da Roberto di
Molesmes a Cîteaux (Cistercium in latino, da cui cistercensi). A 25 anni
lo mandano a fondarne un altro a Clairvaux, campagna disabitata, che
diventa la Clara Vallis sua e dei monaci. È riservato, quasi timido. Ma
c’è il carattere. Papa e Chiesa sono le sue stelle fisse, ma tanti
ecclesiastici gli vanno di traverso. È severo anche coi monaci di Cluny,
secondo lui troppo levigati, con chiese troppo adorne, "mentre il povero
ha fame".
Ai suoi cistercensi chiede meno funzioni, meno letture e tanto lavoro.
Scaglia sull’Europa incolta i suoi miti dissodatori, apostoli con la
zappa, che mettono all’ordine la terra e l’acqua, e con esse gli
animali, cambiando con fatica e preghiera la storia europea. E lui, il
capo, è chiamato spesso a missioni di vertice, come quando percorre
tutta l’Europa per farvi riconoscere il papa Innocenzo II (Gregorio
Papareschi) insidiato dall’antipapa Pietro de’ Pierleoni (Anacleto II).
E lo scisma finisce, con l’aiuto del suo prestigio, del suo vigore
persuasivo, ma soprattutto della sua umiltà. Questo asceta, però, non
sempre riesce ad apprezzare chi esplora altri percorsi di fede. Bernardo
attacca duramente la dottrina trinitaria di Gilberto Porretano, vescovo
di Poitiers. E fa condannare l’insegnamento di Pietro Abelardo (docente
di teologia e logica a Parigi) che preannuncia Tommaso d’Aquino e
Bonaventura.
Nel 1145 sale al pontificato il suo discepolo Bernardo dei Paganelli
(Eugenio III), e lui gli manda un trattato buono per ogni papa, ma
adattato per lui, con l’invito a non illudersi su chi ha intorno: "Puoi
mostrarmene uno che abbia salutato la tua elezione senza aver ricevuto
denaro o senza la speranza di riceverne? E quanto più si sono professati
tuoi servitori, tanto più vogliono spadroneggiare". Eugenio III lo
chiama poi a predicare la crociata (la seconda) in difesa del regno
cristiano di Gerusalemme. Ma l’impresa fallirà davanti a Damasco.
Bernardo arriva in una città e le strade si riempiono di gente. Ma,
tornato in monastero, rieccolo obbediente alla regola come tutti:
preghiera, digiuno, e tanto lavoro. Abbiamo di lui 331 sermoni, più 534
lettere, più i trattati famosi: su grazia e libero arbitrio, sul
battesimo, sui doveri dei vescovi... E gli scritti, affettuosi su Maria madre di
Gesù, che egli chiama mediatrice di grazie (ma non riconosce la dottrina
dell’Immacolata Concezione).
Momenti amari negli ultimi anni: difficoltà nell’Ordine, la diffusione
di eresie e la sofferenza fisica. Muore per tumore allo stomaco. È seppellito nella chiesa del monastero, ma
con la Rivoluzione francese i resti andranno dispersi; tranne la testa,
ora nella cattedrale di Troyes.
Alessandro III lo proclama santo nel 1174. Pio VIII, nel 1830, gli dà il
titolo di Dottore della Chiesa.
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San Roberto
da Molesme
(1028
c.a.
- 1111)
San
Roberto di Molesme fu come il chicco di frumento che deve morire per
portare frutto e la sua “morte” avvenne per mano dei suoi stessi
confratelli.
Fondata Molesme infatti, si trovò circondato da numerosi
fratelli, i quali non nutrivano più la sua stessa aspirazione alla
rinuncia alle ricchezze e al prestigio.
Tentò allora di dar vita a una
nuova fondazione: lo fece a Citeaux con la collaborazione dell’inglese
Santo Stefano Harding, ma i confratelli invidiosi lo fecero ritornare a
Molesme, senza tuttavia consentirgli di realizzare le necessarie
riforme.
Forse fu proprio il suo sacrificio, analogo a quello di Abramo,
che permise a Stefano Harding prima e poi soprattutto al grande San
Bernardo di avviare e consolidare l’esperienza riformatrice di Citeaux, con la sua vita povera e austera, in una rigorosa fedeltà alla regola
benedettina, di cui si riprendeva anche l’invito a mantenersi col lavoro
delle proprie mani.
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San
Alberico
da
Citeaux
(1028
c.a.
- 1111)
Non abbiamo notizie intorno alla sua nascita e
ai primi anni. Ancor giovane, , si pose sotto il governo di Roberto di
Molesme, che era allora superiore di un gruppo di solitari a Colane, non
distante da Tonnerre. Non prestandosi però il luogo allo sviluppo di una
comunità, nel 1075 Roberto, Alberico e gli altri si ritirarono a Molesme,
nella diocesi di Langres, dove fondarono un monastero, di cui Roberto fu
abate e Alberico priore. Ben presto il fervorc degli inizi, per colpa
dei lasciti e delle donazioni si trasformò in indisciplina e ribellione,
al punto che l'abate, non riuscendo a riportare l'ordine, si allontanò.
Il peso del monastero restò tutto sul priore, che, a sua volta,
fiancheggiato dal monaco inglese Stefano Harding, tentò di ristabilire
la disciplina. Si ebbe ingiurie e contumelie, carcere e prigione,
cosicché fu costretto, come il suo superiore, ad andarsene insieme con
Stefano. Ma le cose non tardarono a comporsi. I monaci, pentiti,
riebbero Roberto come abate, A. come priore e Stefano come sottopriore.
L'osservanza rifiorì. Nondimeno i tre santi monaci, desiderosi di
maggior solitudine, formularono ed attuarono il progetto di ritirarsi a
Citeaux, nella diocesi di Chalons-sur-Saone, per fondarvi un nuovo
ordine. L'abbandono di Molesme avvenne nel 1098. Li seguirono altri
ventuno monaci. L'inizio fu assai penoso, perché occorreva disboscare il
terreno per avere terra da seminare e così provvedere al sostentamento
della nuova famiglia monastica. Per ordine di Urbano II, a cui i
religiosi di Molesme si erano rivolti reclamando il loro abate, s.
Roberto dovette presto lasciare Citeaux; gli succedette Alberico, che
non poté sottrarsi all'unanime voto dei compagni. Prevedendo la tempesta
che si sarebbe scatenata contro il nuovo monastero da parte dei
monasteri rilassati, si premurò di chiedere a Pasquale II la protezione
apostolica e l'esenzione dall'autorità vescovile e da ogni ingerenza
laica, privilegi che il papa accordò con una bolla del 15 ott. 1100,
indirizzata allo stesso Alberico.
Devotissimo alla Madonna, la elesse a Patrona del suo monastero,
consacrandolo a Lei, che gli apparve più volte, assicurandolo del grande
incremento che avrebbe avuto il suo istituto e della Sua assistenza e
protezione. In seguito ad una visione, cambiò l'abito dei suoi religiosi
da nero in bianco. La devozione alla Madonna, di cui i Cistercensi si
fecero promotori, ebbe inizio nell'Ordine proprio da S. Alberico.
Chiuse la sua vita il 26 genn. 1108 con una santa morte. Vecchio e
macerato dalle penitenze, dal lavoro e dalle lunghe preghiere notturne,
che aggiungeva all'Opus Dei, il suo volto s'illuminò di luce celestiale
al Sancta Maria delle litanie dei Santi, rendendo il suo spirito.
Non mancarono miracoli dopo la sua morte, come se ne erano avuti quando
era in vita. Il breviario cistercense, molto restio all'introduzione di
feste di santi e beati, accettò assai tardi la sua festa; peraltro, fu
ritenuto santo fin dal tempo della sua morte e con tale qualifica
nominato da ìutti quelli che hanno scritto sulle origini cistercensi.
Nel Menologium Cisterciense dell'Henriquez il 26 gennaio si ha un lungo
elogio del santo, di cui parlò il Baronio, nelle note al suo
Martirologio, il 29 aprile, giorno della morte di s. Roberto, primo
abate di Citeaux.
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Santo Stefano Harding
(1060
c.a.
- 1134)
La
storia di Stefano Harding rimanda alle origini dell'ordine monastico dei
cistercensi,
tra la fine dell'XI e l'inizio del XII secolo.
Questo
monaco inglese originario di Shelburne è infatti accanto a san Roberto
di Molesme
e ad Alberico quando nel 1098 fondano il nuovo monastero a
Citeaux in Borgogna.
Il principio ispiratore di questa nuova comunità
era la volontà di ristabilire l'obbedienza alla Regola benedettina nella
sua integrità.
Di Citeaux Stefano Harding diverrà anche abate.
E sarà
lui ad accogliere qui san Bernardo, la figura che col suo carisma
contribuirà alla grande fioritura del nuovo ordine monastico. Già sotto
la guida di Stefano Harding furono dodici le fondazioni nate da Citeaux.
Morto nel 1134, è stato canonizzato nel 1623.
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Spiritualità Cistercense
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Liturgia
Cistercense
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Per saperne di più
www.ocist.org
www.abbaziadicasamari.it
www.cistecensi.info |
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