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Le comunità cistercense di San Domenico L'abbazia di San Domenico è eretta a parrocchia dal 21 gennaio 1935. Dal quel giorno la comunità cistercense di San Domenico si occupa della parrocchia (c.a. 3000 anime). I monaci cistercensi abitano nel monastero di San Domenico dal 1222. Da questa data diverse sono i monaci e i priori che si sono succeduti nel governo dell'abbazia.
Attualmente la comunità è composta da 4 monaci: Priore e Parroco Don Giuseppe M. Porretta
Monaci Don Loreto M. Merrolle Don Felice M. Calò Don Sante M. Bianchi
La serie precisa di abati e priori dell'abbazia di San Domenico è oscura e incompleta per mancanza di documenti. Dal 1011, epoca della fondazione al 1222 epoca dell'unione con i cistercensi di Casamari per ordine di Onorio III, si ha memoria di solo quattro abati: San Domenico, abate del monastero fino al 1031 (anno della sua morte). L'abate Giovanni, l'abate Benedetto e l'abate Beverardo. Più sicure, sono le notizie riportate dalla cronaca di Casamari dopo la riforma trappista e quindi dall'anno 1717. Sotto il governo a Casamari dell'Abate Giulini nel monastero di San Domenico c'era come custode Fra Agatone ed un oblato, poi vi fu mandato Fra Stefano Casorazzo che vi dimorò fino al 1719, il monaco morì il 22 agosto e fu seppellito nella cripta di fronte all'altare di San Domenico Per circa un anno vi fu come superiore Don Silvano. Dopo di lui vi furono dei cappellani secolari fino al 1730. L'abate di Casamari Sergio Micara successivamente elesse come priore Don Benedetto Pirotto fino al 1841 anno della sua morte. Nel 1847 è priore di San Domenico l'ex abate di Casamari Don Macario Baldelli che vi restò fino al 24 marzo 1848. Prende il posto dell'abate Baldelli per circa sei mesi Don Basilio Verra. Segue come superiore del monastero Don Serafino De Stefano fino all'anno 1850, gli succede Don Eugenio Marchese, diventato cellerario quest'ultimo divenne priore Don Leonardo Astolfi e cellerario Don Bartolomeo Daini fino al 2 ottobre del 1861, giorno in cui il monastero viene posto sotto sequestro. Dal 1866 resse il priorato Don Bonifacio Castaldi, fu priore fino al 1887 anno della sua morte avvenuta all'età di 87 anni. Durante il priorato di Don Bonifacio l'abbazia di San Domenico ritornò a brillare in tutto il suo splendore, il monaco si impegnò ad apportare alla chiesa ed al monastero grandi restauri terminati con la riconsacrazione della chiesa da parte del Card. Monaco La Valletta vicario di Roma. Dall'anno 1887 al 1897 è priore Don Angelo Marra. Dal 1897 al 1909 Don Alberico Lamberti è priore di San Domenico. Dal 1909 al 1912 è superiore all'età di 38 anni Don Eugenio Fusciardi. Dopo Don Eugenio, l'abate di Casamari Bagnara elesse Don Amedeo Patriarca priore, questi rimase in carica fino al 1919. Successivamente è priore Don Roberto Cianchetti fino al 1925. Succede a Don Roberto, Don Tommaso di Cosimo che conserva l'incario fino al 1925, anno in cui Don Amedeo Patriarca viene rieletto la seconda volta priore di San Domenico fino all'anno 1928. Nel 1928 è priore di San Domenico Don Maurizio Viani, durante il suo priorato il vescovo di Sora Mons. Mancinelli dichiara San Domenico parrocchia e lo stesso don Maurizio diventa primo priore-parroco. Da don Maurizio tutti i priori di San Domenico avranno anche il titolo di parroco. Fu riconfermato fino al 1937. Dal 1937 diviene priore di San Domenico Don Nivardo Buttarazzi fino al novembre 1941, anno in cui fu eletto abate preside di Casamari (resterà abate preside di Casamari fino al 1988). Il 3 novembre del 1941 è eletto Don Umberto Schimperna, al quale gli successe nel 1946, Don Mariano Lecce che rimase in carica fino al 1953. Dal 1953 è priore Don Raffaele Scaccia. Il 28 luglio del 1959 è eletto Don Emilio Papadia. Il 20 agosto 1962 subentra a Don Emilio, Don Tommaso Taglienti. Il 20 agosto 1965 è rieletto priore per la seconda volta Don Umberto Schimperna. Dal 6 gennaio 1979 al febbraio 1983 è priore Don Michele Ferri. Dal 22 febbraio 1983 è eletto priore Don Giuseppe Porretta.
Molti sono i monaci che hanno fatto parte della famiglia cistercense che ha abitato a San Domenico, durate alcuni anni risiedevano nel monastero quasi trenta monaci. Grazie alla cronaca scritta giornalmente sia a Casamari che a San Domenico riporto alcuni nomi dei monaci che hanno abitato in tempi diversi la casa.
Don Benedetto Pirotto; Don Leonardo Astolfi; Don Bartolomeo Daini; Don Eugenio Marchese; Don Basilio Verra; Don Eugenio Fusciardi; Don Guglielmo Viti; Don Mariano Lecce; Don Umberto Schimperna; Don Gaetano Barella; Don Luigi De Benedetti; Don Vittorino Zanni; Don Emilio Papadia; Don Placido Caputi; Don Stanislao Vona; Don Nivardo Buttarazzi; Don Michele Ferri; Don Filippo Agostino; Don Lino Parente; Don Salvatore Berardi; Don Amedeo Patriarca; Don Alberico Lamberti; Fra Giovanni Trulli; Don Paolo Natalizia; Don Angelo Marra; Don Placido Viselli; Don Gerardo Radicchi; Fra Gregorio Maciocie; Don Pietro Botticelli; Don Mariano Manzoni; Don Bonifacio Castaldi; Don Maurizio Viani; Don Luigi Abballe; Don Anselmo Vitali; Tommaso di Cosimo Don Innocenzo Barbiero; Don Marcello Tagliente; Don Flaviano Conti; Don Enrico Giona; Don Tommaso Taglienti; Don Alberto Turrisi; Fra Roberto; Fra Giuseppe Rocca; Fra Nivardo Buttarazzi; Fra Giuseppe Papetti Don Ugo Tagni; Don Giuseppe Porretta; Don Loreto Merolle; Don Felice Calò.
La lapide di Marco Tullio Cicerone
Il 13 maggio del 1950 a San Domenico fu inaugurata alla presenza di autorità civili, militari, religiose e alunni dei licei, istituti tecnici e magistrali di Sora la nuova lapide di M. T. Cicerone, posta nel muro vicino alla facciata della chiesa. Essa ricorda il luogo natale di Cicerone, il quale nacque nella villa paterna che era edificata proprio dove San Domenico poi costruì il suo monastero. L'epigrafe come si legge nell'iscrizione, venne istallata la prima volta nel 1912, poi, per via di vari avvenimenti e in seguito al terremoto del 1915, per interessamento del Comune di Sora e del prof. Achille Lauri nel 1950 la vecchia lapide fu cambiata con una nuova e ricollocata nello stesso posto chiamato "torre di Cicerone". Nel punto in cui il fiume Fibreno si biforca, era collocata un'altra lapide fatta incidere nel 1818 dall'inglese Carlo Kelsall, perchè proprio il grande oratore nel De Legibus, descrive il paesaggio che circondava la sua casa natale sorta fra i due rami del fiume.
La Statua 'e Sante 'Emineche
La statua esposta in chiesa di San Domenico abate è stata intagliata da un unico tronco dallo scultore Tribuzio Vergelli agli inizi del 1800.
Quann'èsce 'npreggessione 'sse "Dettore", tu nen po' stà', te se carìa appresse: e, chi 'nse smòue, ... propria-propria è dd'èsse o ciunche-'ntellettuse ... o senza còre!
E "Chisse" n'è pepatte fatte 'e gèsse! E chi gli è fatte è state un "professore": "Ammira ss'pcchie. Chisse è uiue ancora"!
Le statue 'e gli ate Sante, a dirla brèue, sò fatte, 'n faccia, tutte 'e 'na manèra: sò belle!... ma sò tutte... 'e cartapesta!
Ma si tremmente Chesta!, ogge che è festa, tu la uide ogne tante cagnà cèera: e... 'nse stà ferma, e ... pare te la frèue!!!
In bicicletta a Roma Durante l'Anno Santo del 1950, un gruppo di giovani della nostra parrocchia accompagnati da Don Filippo Agostino (monaco di San Domenico) raggiunsero Roma in bicicletta per acquisire l'indulgenza, fecero visita sempre in bici alle quattro basiliche patriarcali.
Santo Dominico di Sora
Brano tratto dall'opera del 1920 "Viaggio in Ciociaria" del poeta Cesare Pascarella
«... Era notte quando arrivai all'Isola del Liri e le nove battevano all'orologio della torre nera e quadrata dell'antico palazzo Boncompagni; lunghe file di "sciarabbà" coi cavalli tutti infocati, salivano di carriera la via delle "Forme". I "sciarabbà" erano pieni di contadine che cantavano e di contadini che gridavano scambiando saluti e complimenti. Io mi centillinai per un soldo una tazza di caffè, e poi, saputo che il "Santuario di Santo Dominico" non era lontano da li che due miglia appena, me ne partii a piedi incamminandomi verso la via delle Forme. Le Forme è un'appendice dell'Isola del Liri; una città nuova che si allunga fin giù al Santuario. Sessanta anni fa, sulla via che dall'Isola mena a Sora, non vi erano che poche e misere casupole di contadini; ma le industrie dei nostri tempi servendosi a meraviglia delle acque del Liri e del Fibreno, fecero sorgere su quelle sponde una città. Cartiere, lanifici, molini, ville splendide, casine sorsero in pochi anni, e formarono di quei luoghi, prima squallidi e deserti, un sito pieno di attività industriale e commerciale.La via è incantevole. Nell'azzurro del cielo si allungano pioppi e di tanto in tanto gruppi colossali di platani allargano nell'aria scura i loro rami. I fumaioli delle fabbriche si slanciano in alto leggeri fra i pioppi; e su la destra e su la sinistra, sotto larghe tende gialle di luce, si affollano torme di contadini. I "sciarabbà" passano di carriera, ne la penombra, e i cocchieri schioccano la frusta, gridando a squarciagola: "Santo Dominico... Santo Dominico...". Giù in fondo trà il fogliame bruno, scintillano ne la notte le lanternine gialle, rosse, azzurre e rischiarata dalle faci delle barracche, che le si aggruppano intorno, si leva in alto la chiesa di "Santo Dominico" segando con le sue cuspidi il celo. Più si va innanzi più la folla aumenta. Su la via si cammina a stento fra lunghe file di "sciarabbà", di legni, di carretti, e da bancarelle, che si inseguono lunghe, escono canti, grida, suoni di tamburrelli e di organetti odori acuti di "ciammaruche" (lumache) fritte, polli arrostiti, di pannocchie di granturco abbrustolite su la bracia, di cacicavallitti e di muzzarelle. Qua e là fiammate rossicce rischiarano i contadini, che coi loro cappelli tutti ricoperti di fiori, stretti impettiti nei loro corpetti rossi, con la pipa in bocca e la giacca sulle spalle, passano alteri, a braccetto delle loro donne, tutte vestite di stoffe e di merletti, e rischiarano brigate di signorine venute alla festa dai paesi vicini. Ne vidi alcune elegantissime vestite, e ancora mi sta innanzi agli occhi una biondina con il volto incorniciato da una buvattina nera, che andava qua e la godendosi la festa, e regalando soldi alle contadine, che le si tiravano dietro baci e benedizioni. Sulla via dinanzi alla chiesa, fra le grida dei contadini, che saltano al suono delle zampogne e degli organetti, si avanzano lunghe file di pellegrini, cantando lodi di San Domenico. Le preci degli uni, si confondono, si mescolano, con le grida degli altri che fra le brigate che cantano canzoni d'amore, al suono aspro della chitarra battente, seri, i pellegrini, come spettri, appoggiandosi a lunghi bastoni tutti infioccati, carichi di amuleti e di immagini della Madonna di Canneto e di San Domenico sbisciano e entrano in chiesa. Là appena entrati, si gettano lunghi sulla terra, la baciano, levano in alto le mani e fanno penitenze. Le donne cavano dalle ceste di vimini i bimbi seminudi e levandoli in alto implorano dal Santo benedizioni e grazie. Gli uomini intanto sciolgono i "voti". Ne vidi uno che con la lingua segnava su la terra lunghe croci; un altro che con le mani sotto le ginocchia, si trascinava a stento fin sull'altare maggiore, e un terzo, che strisciando carponi, segnava con la lingua, lunghe strisce di bava e di sangue sulla terra...»
L'osservatorio meteorologico di San Domenico
Nel 1911 nel campanile dell'abbazia di San Domenico veniva organizzato un osservatorio meteorologico in collaborazione col monaco benedettino don Bernardo Paoloni direttore dell'osservatorio di Montecassino. Era dotato di termometri a massima e minima, barometro, pluviometro, anemometro e anescopio. Le osservazione di questa stazione meteorologica erano riportate ogni decade nella rivista Meteorico - agraria edita a cura del Ministero dell'Agricoltura.
Spazio poesia
Tutti le poesie, preghiere e brani sono state scritte da Don Luigi De Benedetti
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