I MARTIRI DI CASAMARI: GIORNO DELLA MEMORIA

I MARTIRI DI CASAMARI: GIORNO DELLA MEMORIA

“Guidato dal sangue dei monaci massacrati, arrivo ad una cella nella quale uno dei trappisti respira ancora: ‘Non abbiate paura!’, piangevo nell’avvicinarmi. ‘Io non ho da aver paura!’, rispose con una voce flebile, ma con un tono fermo. Era un vecchio ottantenne, capo della comunità da trenta anni. ‘Siete ferito?’. Scoprì il suo abito tutto bagnato di sangue. ‘Chi può aver…?’. Fece segno che non avrebbe additato nessuno. Mi stavo unendo al chirurgo per aiutare a soccorrere questo sventurato quando questi, arrestandomi con la sua mano ferita e sforzandosi di alzare la voce, ci disse: ‘Quando ho preso questo abito, ho rinunciato al soccorso degli uomini. Sottomesso a Dio io non farò niente per accorciare la mia vita, né per prolungarla’. La sua rassegnazione, la sua calma in un momento così atroce, così solenne, ci stupì, ed io lo guardavo nel silenzio del rispetto, dell’ammirazione e del dolore, quando egli aggiunse: ‘Perdono coloro ai quali io debbo questa notte espiatrice’. Le mie lacrime scorrevano; egli vide la mia emozione, e, stringendomi la mano con la sua già fredda: ‘Ragazzi miei, noi diciamo, tutto questo è niente’. […] Prima di andare a riposare ero andato ancora a visitare il vecchio e gli avevo portato il domestico al quale ordinai di non abbandonare il suo superiore. Noi non potemmo, del resto, fargli accettare se non un poco di acqua fresca; egli convenne che aveva estremamente sete. A differenti riprese, chiese di essere lasciato solo; io lo feci, tuttavia, visitare tutta la notte e più volte dal chirurgo. Sul punto di morire, fece dei piccoli regali a coloro che si trovavano vicino a lui. Spirò verso le sette del mattino. Aveva cinque ferite: due colpi di baionetta nel corpo, un colpo di sciabola sulla testa, uno sul braccio destro e uno nella gamba sinistra”.

(Général Baron Thiébault, Mémoires)

 

I martiri di Casamari: giorno della memoria

 

È “il maggio odoroso”. A Firenze era costume che il primo maggio, il calendimaggio, gli innamorati deponessero fasci di fiori sul davanzale della donna amata.

Da tempo la Chiesa, con atto di devoto amoroso omaggio, ha dedicato tutto il mese di maggio alla dolcissima fanciulla di Nazareth:

“nel ventre tuo si raccese l’amore

per lo cui caldo ne l’eterna pace

così è germinato questo fiore”

(Dante, Paradiso, c. XXXIII, vv. 7-9)

e più esplicitamente, secondo il testo dell’evangelista Matteo: “Ex qua natus est nobis Jesus vocatus Christus – dalla quale è nato per noi Cristo Signore”.

Dante, nell’ultimo canto della Commedia, per bocca di san Bernardo, il citaredo di Maria, consacra alla Vergine Santa la sua immane fatica poetica e le affida la propria vita. In poche, sublimi, ispirate terzine il divin poeta dice di Maria cose che nessun trattato di mariologia (con tutto il rispetto per i teologi), è riuscito mai a comunicare. È un raro esempio di slancio mistico in cui la fede si riveste di autentica poesia e si incarna in affetti umani veramente vibranti.

Il nome di Maria da sempre suscita commozione nei cuori dei monaci cistercensi, la cui spiritualità è tutta intrisa di devozione mariana. Ogni nostra abbazia, per disposizione degli Statuti, è dedicata alla Beata madre di Dio e Vergine Maria e ogni monaco, già dalla vestizione, aggiunge al suo proprio nome personale, quello comune di Maria.

Per noi monaci dell’abbazia di Casamari c’è, poi, nel mese di maggio un giorno particolare, una dies memoranda, il 13 del mese che, comunque, è impresso nella coscienza storica della Chiesa universale in quanto giorno dell’apparizione di Fatima — di cui proprio quest’anno ricorre il centenario — e giorno dell’attentato al santo Padre Giovanni Paolo II in piazza San Pietro nel 1981.

Il 1799 fu un anno amaro per l’armata francese in Italia di Macdonald. L’esercito della seconda coalizione austro-russa, al comando del generale russo Aleksandr Suvorov, sfondò la resistenza francese sull’Adige, travolse le truppe del generale Moreau sull’Adda ed entrò in Milano il 28 aprile.

Macdonald, per evitare che la parte dell’armata dell’Italia centro-meridionale rimanesse pericolosamente imbottigliata al Sud dall’avanzare dell’esercito nemico, ordinò la ritirata e richiamò le truppe dalle Repubbliche sorelle di Napoli e di Roma.

Il distaccamento della truppa francese, che era a presidio della Repubblica Partenopea, riprese la via del ritorno, risalendo la penisola per la litoranea attraverso Gaeta e Terracina, incalzato dall’esercito borbonico, riorganizzato dal cardinal Ruffo, e molestato dagli insorgenti con scriteriate azioni di disturbo che, inevitabilmente, provocarono reazioni violente e spietate di distruzione e di morte sull’inerme ed incolpevole popolazione. Nella nostra zona sono rimasti tristemente famosi, e proprio in questo contesto storico, il sanguinario (cfr. Cuoco e Colletta) Mammone e Chiavone senior.

Un distaccamento dell’esercito, però, calcolato dalle cronache del tempo sulle tredici-quindici mila unità, agli ordini dei generali Vetrin e Olivier, si diresse verso l’interno. Esso giunse, il 10 maggio, a Cassino quando gli abitanti avevano abbandonato la città e si erano rifugiati sui monti.

Anche i monaci dell’abbazia di Montecassino erano fuggiti a Terelle recando al sicuro le cose più preziose; i pochi monaci rimasti dovettero assistere con raccapriccio, e non senza pericolo di morte, alla devastazione, al saccheggio ed alla profanazione, perpetrati, tra canti osceni e parodia di sacre liturgie, dai millecinquecento soldati della colonna del generale Olivier che erano saliti all’archicenobio.

L’11 maggio, il passaggio di soldati in ritirata è documentato in Aquino — “Oggi, undici di maggio, sono passati qui francesi inseguiti dalle truppe regie e in questa chiesa non hanno lasciato neanche un candeliere” — e in Roccasecca, dove sei persone “chiusero i loro giorni per l’aggressione francese”.

Dopo essere giunti ad Arce e averla saccheggiata, le truppe, anziché deviare per Ceprano, si diressero per Isola Liri e ne fecero una città martire. Forzato lo sbarramento e rotta la resistenza, i francesi penetrarono nella cittadina seminando violenza, lutto e sangue, non risparmiando le molte persone che si erano rifugiate, come ultima speranza, nella chiesa di San Lorenzo.

Il canonico-vicario Giuseppe Nicolucci ci ha lasciato, nei libri dei defunti, un’ agghiacciante testimonianza: “Memorando né mai dimenticabile il giorno, che fu di Pentecoste, 12 maggio 1799, che il gallico furore che noi e tutte le nostre case rovinò e travolse nell’ultimo eccidio / Nulla che il nemico ferro non avesse devastato e mietuto / Non gregge, non armento sicuro alla campagna, nei presepi e negli ovili / Non uomo che scampasse da morte; non donna, ancorché fanciulla, risparmiata dalla militare licenza brutale. Né altari, né cose sacre le scellerati mani rispettarono / Chi voglia più saperne legga la triste memoria scritta a pagina… (si guardi l’elenco dei morti) di questo libro ed apprenderà perché registri cinquecento e più nomi di trapassati nel solo e medesimo giorno 12 maggio 1799”.

Dopo l’eccidio nella cittadina di Isola, mentre la truppa riprendeva la ritirata verso il Nord, un drappello di venti soldati sbandati — venti leopardi secondo la descrizione di un teste oculare —, il 13 maggio irruppe all’interno dell’abbazia di Casamari, alle otto di sera, quando la comunità si accingeva al canto della compieta, prima del grande silenzio che ovatta di notte un monastero benedettino. Fu una notte di spavento, di dispersione, di sangue, di morte… di martirio.

Mentre gli altri monaci, come uno stormo di miti colombe spaventate, cercavano all’impazzata scampo per ogni dove, sei di essi impavidamente restarono ed eroicamente testimoniarono la loro fede nell’Eucarestia, rimanendo uccisi nell’atto di sottrarre le sacre pissidi o di riparare alla profanazione delle particole consacrate. Essi sono: il priore P. Simeone Cardon, P. Domenico Zawrel, Fra Maturino Pitri, Fra Albertino Maisonade, Fra Modesto Burgen, Fra Zosimo Brambat.

Il 13 maggio è stato, e resta, un momento forte per i monaci di Casamari. Il sangue, a conferma delle proprie convinzioni, impone, sempre e comunque, rispetto e comprensione; il sangue, versato a testimonianza e a sigillo di una fede partecipata e di una professione religiosa intimamente e vitalmente condivisa, genera venerazione e dispone ad una rispondenza e ad una sintonia anche affettiva:

“A egregie cose il forte animo accendono

l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella

e santa fanno al peregrin la terra

che le ricetta”.

(U. Foscolo, Dei sepolcri, vv. 151-155)

Suscita profonda impressione l’esser consapevoli di ripercorrere corridoi, di scendere e salire per scale, di dimorare in camere dove confratelli, chiamati e sorretti da Dio, hanno lasciato il buon profumo di Cristo, la testimonianza cruenta della loro consacrazione e del loro amore.

Il 27 giugno 2013 il postulatore generale dell’Ordine Cistercense, P. Pierdomenico Volpi, ha inviato il Supplex Libellus al vescovo diocesano, Rev.mo Mons. Ambrogio Spreafico, perchè introducesse canonicamente la Causa super martyrio dei sei monaci di Casamari. Il vescovo, chiesto il parere della Conferenza Episcopale Laziale ed avuto parere positivo, il 6 dicembre del 2014 ha dato inizio al processo diocesano.

Dopo dodici sessioni, nella basilica di Casamari, è stata celebrata, il 26 febbraio del 2016, quella di chiusura. Gli atti del Processo Diocesano sono stati inviati alla Congregazione delle Cause dei Santi per l’iter canonico del riconoscimento della Chiesa universale.

Sulla testimonianza di sangue dei martiri, associati alla passione di Cristo, poggia la santità della Chiesa: “Essi non saranno mai dimenticati perché son passati attraverso la grande tribolazione ed hanno lavato le loro vesti, rendendole candide con il sangue dell’Agnello” (Apocalisse 7, 14).

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