III CENTENARIO DELLA RIFORMA TRAPPISTA – 140 ANNI CONSACRAZIONE DELLA CHIESA ABBAZIALE

III CENTENARIO DELLA RIFORMA TRAPPISTA - 140 ANNI CONSACRAZIONE DELLA CHIESA ABBAZIALE

Infiorata in occasione del III centenario della riforma trappista e dei 140 anni della consacrazione della chiesa abbaziale

Nella tradizionale infiorata in occasione della solennità del Corpus Domini dello scorso anno, la comunità monastica di San Domenico Abate ha realizzato due quadri per commemorare il terzo centenario della presa di possesso dei Trappisti (1717) e il centoquarantesimo anniversario della consacrazione della chiesa restaurata (1877), due avvenimenti che racchiudono un periodo storico complesso e travagliato.

Con il breve Exposuit Nobis del 7 aprile 1717, il papa Clemente XI introdusse nell’abbazia di Casamari — al posto dei monaci cistercensi della Congregazione di San Bernardo in Italia — una colonia di monaci di Buonsollazzo, in Toscana, che seguiva un’osservanza ispirata dal proposito di un ritorno alle sorgenti della vita monastica e agli antichi usi di Citeaux, culla dell’Ordine. Il movimento di riforma, sorto agli inizi del XVII secolo, aveva trovato il centro di irradiazione nel monastero di Notre-Dame de la Trappe — da cui la denominazione di trappista — da dove proveniva il drappello di monaci che, nel 1705, aveva rifondato Buonsollazzo.

Il 14 aprile, padre Girolamo Gueuchot, in rappresentanza della colonia di monaci di Buonsollazzo, fu immesso formalmente in possesso dell’abbazia di Casamari e, nel giorno successivo, alla presenza del cardinale commendatario Annibale Albani e seguendo il consueto cerimoniale, del monastero dipendente di San Domenico Abate.

Per poco più di un decennio si avvicendarono nel cenobio sorano cinque fratelli conversi della comunità di Casamari la quale interveniva, il 22 gennaio, alla festività del dies natalis di san Domenico e, il 22 agosto, a quella della dedicazione della chiesa. Nel 1728 l’ultimo converso fu richiamato nella casa madre e dal 1734 o 1735 la comunità di Casamari non partecipò più alle due ricorrenze determinando lo stato di abbandono e di desolazione del monastero per la durata di un secolo.

Uno spiraglio per il ritorno dei monaci si aprì nel 1818 quando l’abate di Casamari Romualdo Pirelli, facendo leva sul concordato tra la Santa Sede e il Regno delle Due Sicilie, chiese insistentemente al re Ferdinando I che il monastero di San Domenico Abate, dichiarato nel 1803 di regio patronato, venisse restituito a Casamari. Riuscì nell’intento Sergio Micara, successore del Pirelli. Nel 1831, il re Ferdinando II affidò, infatti, la commenda di San Domenico Abate al cardinale Ludovico Micara, commendatario di Casamari e fratello uterino dell’abate, il quale mise a disposizione il cenobio per l’abitazione dei monaci. Effettuati i restauri più urgenti e ottenuto il consenso del re Ferdinando II e del papa Gregorio XVI, l’abate Micara vi insediò, nella primavera del 1834, una comunità di una dozzina di monaci. Nei decenni successivi, le vicende del monastero si intrecciarono con quelle dell’abbazia di Casamari la cui situazione comunitaria durante il periodo del governo di Macario Baldelli, successore del Micara, richiese l’intervento della Santa Sede che, nel 1847, nominò un commissario apostolico, provvedimento adottato anche dopo la morte, nel 1873, dell’abate Michelangelo Gallucci.

I mutamenti politici che portarono alla nascita del Regno d’Italia ebbero riflessi negativi anche per le sorti del monastero. L’annessione del Regno delle Due Sicilie, nell’ottobre del 1860, alla monarchia sabauda e, successivamente, al Regno d’Italia comportò l’estensione della legge sarda del 1855 alle province napoletane. Nel 1861 il monastero, ritenuto di non pubblica utilità, fu soppresso. Cinque anni dopo, i monaci, ad eccezione di padre Bonifacio Castaldi, furono espulsi con violenza dal cenobio nonostante che da oltre un decennio esso fosse stato conferito, come pertinenza della commenda, al Capitolo di San Pietro.

Nell’estate del 1852, intanto, la comunità di San Domenico Abate aveva maturato il proposito di intraprendere i lavori di restauro della chiesa. La prima fase, con gli interventi sulla struttura portante, richiese la spesa di 3000 ducati. Per mancanza di fondi, i lavori furono interrotti. I monaci si rivolsero alla generosità del re Ferdinando II il quale accordò, nel luglio del 1855, un contributo di 3800 ducati, a rate annuali di 500 ducati. I lavori ripresero e proseguirono fino a quando i sopravvenuti mutamenti politici del 1860 determinarono la sospensione della rata. I monaci non si persero d’animo. Con il contributo del Ministero di Grazia e Giustizia e con la generosità dei fedeli, portarono a termine gli interventi sulle arcate e intonacarono le pareti, demolirono la scalinata per la quale si ascendeva al presbiterio e ne crearono due laterali, realizzarono la cancellata all’ingresso della cripta e la pavimentazione, diedero mano al restauro del campanile e del prospetto.

Nel settembre del 1876, padre Bonifacio Castaldi, nell’udienza con il papa Pio IX, incontrò nel palazzo apostolico il cardinale Raffaele Monaco La Valletta
al quale manifestò l’esigenza della consacrazione della chiesa di cui si stavano completando i lavori di restauro.

Il porporato diede la propria disponibilità per la celebrazione del rito. Tra la fine di quell’anno e gli inizi del 1877, i monaci restaurarono l’altare della cripta, imbiancarono le pareti interne della chiesa, introdussero la mensa tutta d’un pezzo sull’altare maggiore. Il 17 giugno, in un clima di gioia e di commozione, la chiesa restaurata fu consacrata dal cardinale Raffaele Monaco La Valletta, nominato nel frattempo vicario di Roma, durante una solenne liturgia con la partecipazione di un numero considerevole di fedeli d’ogni età.

Scarica l’opuscolo: ANNO Domici 2017 – Opuscolo – III Centenario Riforma Trappista – 140 anni Chiesa Abbaziale

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